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Eccoci dunque che ci avviami verso all’atto finale, per ora, della nostra narrazione sulla collusione tra gli interessi di Telecom ed il modo di agire di AGCOM.
Questo penultimo atto è esemplare del palese conflitto di interessi presente in questo settore fin da quando si è deciso di liberalizzare il mercato e, quindi, privatizzare Telecom.
Di fatto, il mercato non è affatto liberalizzato, in quanto le condizioni non sono uguali per tutti gli operatori, bensì Telecom è la sola a potersi avvantaggiare sugli altri grazie alla gestione della rete che è in suo possesso, rete che, al contrario, dovrebbe essere un diritto acquisito dei cittadini italiani.
Essendo quindi proprietà di Telecom, ogni qualvolta una linea su guasta, gli operatori sono costretti a contattare Telecom affinché intervenga sulla linea e risolva il problema. Il più delle volte, i problemi riguardano l’assenza totale del collegamento, un suo degrado fisico o una errata configurazione della linea in centrale.
Tali guasti sono diagnosticati dal provider, in seguito alla segnalazione di malfunzionamento del cliente, e girati successivamente al servizio tecnico Telecom affinché un loro incaricato (o di una società appaltatrice, spesso SIRTI) provveda ad intervenire sulla linea del cliente.
Capita talvolta che la diagnosi non sia esatta, perché magari il problema è dell’apparato del cliente, perché il cliente spesso magari non è abbastanza esperto nel seguire i consigli o rispondere alle domande dell’operatore; in questi casi, l’intervento di Telecom non sarebbe dovuto, in quanto il problema stesso non è dovuto ad un guasto della linea ma a problemi non imputabili a Telecom.
Il contratto wholesale, offero l’offerta pubblica con cui Telecom, a norma di legge, è tenuta a fornire i propri servizi agli operatori concorrenti, prevede che per questi casi l’operatore sia costretto a corrispondere il pagamento di una fattura di circa 200€. Fino a pochi mesi fa, tale clausula non era mai stata sfruttata da Telecom, che semplicemente segnalava all’operatore l’errata diagnosi (o il malfunzionamento dell’apparato) e chiudeva successivamente il guasto.
Di recente, al contrario, Telecom ha comunicato agli operatori che intende chiedere il pagamento di tutti gli interventi non necessari in via retroattiva e, ovviamente, proattiva. Questo significa che gli operatori saranno costretti a corrispondere a Telecom centinaia di migliaia di euro per questi interventi, portando in molti casi queste società al fallimento o ad un aumenti dei prezzi verso i propri clienti.
Analizzando la questione, il fatto più grave non è la richiesta di un “indennizzo” per un intervento non necessario, ma il costo richiesto in questi casi è di fatto esagerato e sproporzionato rispetto ai costi sostenuti da Telecom in questi casi: immaginando il caso più comune, ovvero di un tecnico Telecom che si reca dal cliente per verificare una segnalazione, tale tecnico perderà all’incirca una mezz’ora di tempo che, sommato al costo dello spostamento, difficilmente supererà le 15-20€; questa cifra è pari ad un decimo di quella richiesta da Telecom.
Si dirà: “Certo, ma i provider hanno accettato questa clausola quando hanno sottoscritto il contratto, quindi ora devono rispettarla.”
Questo è vero, ma dobbiamo tenere in considerazione due fatti: il primo è che per vendere ADSL l’unica possibilità è accettare tale contratto, il secondo è che tale clausola è sempre stata presente in tutti i contratti wholesale ma non è mai stata applicata.
Stranamente, le comunicazioni di Telecom sulla volontà di usufruire di questa norma sono giunte solo pochi giorni dopo una storica, seppur minima, vittoria delle associazioni dei provider proprio contro Telecom, che hanno rivendicato il diritto di poter attivare nuove linee naked senza costi di attivazione, proprio come fa Telecom da tempo. Oserei dire, che caso!
Ma l’aspetto peggiore di tutta la vicenda è l’assenza totale di controllo che i provider hanno verso i tecnici Telecom. Non è infatti raro, anzi i casi sono molteplici, che un tecnico intervenga presso una linea, individuando il guasto e riparandolo, per poi imputare la responsabilità al cliente o alla rete del provider, invece che alla rete Telecom come dovrebbe. Nessuno può, in questi casi, verificare la correttezza del suo operato, nessuno può dimostrare che egli non abbia ragione, per cui il pagamento dei 200€ sarà dunque dovuto senza possibilità di appello. Immaginiamo dunque che Telecom intenda eliminare un proprio concorrente scomodo, dando disposizioni per far lievitare il numero di questi casi. Con 100 interventi di questo tipo al giorno, il costo per il provider sarebbe di oltre 600.000€ al mese, superiore addirittura al massimale per cui AGCOM può multare gli operatori.
AGCOM che però non ha mai osato intervenire su questa clausola che definire vessatoria è dire poco.
Potrei essere d’accordo su autorizzare il pagamento di una cifra congua, anche se il canone versato a Telecom per ogni ADSL dovrebbe comprendere pure questo tipo di interventi, ma le condizioni di controllo (inesistenti) e l’enorme spoporzione della cifra sono una combinazione micidiale per la libera concorrenza. Su questo, così come su tutte le altre condizioni espresse in precedenza, AGCOM dovrebbe intervenire in maniera decisa e definitiva. Al contrario, continua ad avvallare ogni decisione presa dai vertici Telecom, un po’ come se fosse ad essa sottomessa.
O, probabilmente, è proprio così.









