
a Elena
La copertina proprio non riesci a non guardarla. Ti ipnotizza. È solo una faccia, pensi, eppure gli occhi rimangono inchiodati lì, prigionieri di quello sguardo serio e maledettamente triste: uno sguardo che è un mondo in cui non sei invitato. L’espressione di questo ragazzino proprio non la puoi fuggire. Chissà chi l’ha scattata, la foto. Dopo la faccia vedi il titolo. La solitudine dei numeri primi. Bellissimo, semplicemente bellissimo. Che un libro non lo si giudica dalla copertina è vero, ma è altrettanto vero che le copertine e i titoli attraggono. Ti cercano, ti trovano e ti attirano a sé, implacabili. E una volta precipitato nella ragnatela non puoi né muoverti né fuggire. Resta una sola cosa da fare. Leggere.
Leggo. E la storia che mi ritrovo sotto gli occhi è quella di due bambini alle prese con la loro esistenza: un percorso che inizia dall’infanzia e prosegue fino alla maturità. Due bambini che crescono e diventano una donna e un uomo. Alice e Mattia. Due vite all’apparenza normali ma profondamente tragiche, segnate da due eventi che incideranno inesorabilmente nella loro esistenza.
Alice odia la scuola di sci e suo padre che la costringe a frequentarla: è una bambina e l’unica cosa che può fare è obbedire. Ma una mattina, col freddo e la colazione che preme sullo stomaco e il desiderio di fuggire via, si allontana dai compagni, e se la fa addosso, in mezzo alla neve e alla nebbia. Terrorizzata e piena di vergogna, preferisce tornare da sola ma durante la discesa cade e si rompe una gamba. E rimane lì, Alice, sdraiata in una posa innaturale in mezzo alla neve, col freddo che si impossessa del suo corpo, e la testa piena di pensieri e di domande. E di paura. Mattia è un bambino timido con una intelligenza speciale, di quelle rare, complesse e profonde, di quelle che ti lasciano completamente distante da tutto il mondo che hai intorno. Mattia ha una sorella, Michela, che è uguale identica a lui. Ma è ritardata. E la sua presenza, costante e opprimente, lo umilia continuamente davanti ai suoi compagni di classe. Un giorno, invitato a una festa di compleanno, decide, durante la strada da casa sua a quella del festeggiato, di lasciare sua sorella nel parco, tanto tornerà a prenderla più tardi, che tanto lei non si muove, è stupida, non capisce mai dove si trova e tantomeno quello che fa, e poi sono solo un paio di ore. Quando Mattia torna nel parco Michela non è lì ad attenderlo. Troppo tardi.
La storia di Alice e di Mattia prende avvio da queste due vicende. La loro vita inizia da qui. La narrazione procede per piccoli momenti, piccoli spaccati di quotidianità che vedono protagonisti Alice e Mattia e il mondo che li circonda. E il mondo che hanno dentro, così profondo da poterci solo annegare. Un mondo simile, quasi identico, perché le solitudini e le sofferenze, si sa, sono sempre tutte uguali. Alice e Mattia sono profondamente legati, uniti da un filo invisibile e implacabile che non lascia scampo. E quel filo ha un nome. Numeri primi. Alice e Mattia sono due numeri primi: quei numeri che sono divisibili soltanto per uno e per se stessi. Ma tra i numeri primi ce ne sono alcuni che sono speciali: i primi gemelli, ovvero coppie di numeri primi che stanno sempre vicini, vicinissimi, ma tra di loro c’è sempre un numero pari a dividerli. Vicini, sì, ma non abbastanza da toccarsi. Possono solo sfiorarsi, nell’attesa di un contatto che non avverrà mai. Dei numeri solitari, insomma, proprio come Alice e Mattia. Come l’11 e il 13 o come il 41 e il 43. Mettendosi a contare, pian piano, le coppie di numeri primi man mano si diradano, lentamente, nell’inesorabile e infinita serie dei numeri naturali. Quasi spariscono del tutto, e pensi che sono pochi, in fondo, questi benedetti numeri vicini e tutti speciali che non possono toccarsi mai. Poi, di colpo, eccoli lì che appaiono, e ti fregano: un’altra coppia, solitaria, tra migliaia di numeri che si tengono per mano è sotto ai tuoi occhi, che ti sorride beffarda. «Mattia pensava che lui e Alice erano così, due primi gemelli, soli e perduti, vicini ma non abbastanza per sfiorarsi davvero. A lei non l’aveva mai detto.»
La storia di Alice e Mattia è una storia di solitudine, di una sofferenza dolorosa che non trova pace. Esistenze inconsolabili, quelle di questi due bambini che diventano grandi senza mai riuscire davvero a risalire da quella terribile voragine in cui sono precipitati da piccoli. Sono due estranei in mezzo al mondo. Due estranei che trovano la pace e la completezza solo quando sono vicini, così vicini, Alice e Mattia, proprio vicinissimi, che basta un niente, appena un sospiro, o una timida carezza, per raggiungere finalmente il contatto. Ma quel contatto non avverrà mai. Che vigliacca, la vita dei primi gemelli. Ma l’amore non ha bisogno del contatto, bastano i pensieri degli innamorati. E Alice e Mattia lo sanno bene, perché loro due sono come la luna e il sole e non importa che ci sia la terra a dividerli, solitaria e superba, perché loro due continueranno a inseguirsi, uno sempre sulle orme dell’altra, instancabili e tenaci come solo gli innamorati sanno fare. E la terra, lì, in mezzo, è ben poca cosa: giusto un niente, un dettaglio insignificante.
Chiudo il libro con una amarezza addosso che non se ne andrà molto presto. Poi guardo la copertina. E capisco. Il bambino nella foto è Mattia. E la foto l’ha scattata Alice. Sì, l’ha scattata lei, ne sono sicuro. Solo lei avrebbe potuto catturare quello sguardo. Uno sguardo così intenso che Mattia avrebbe potuto regalare a una sola persona in tutto il mondo. Alice.
Questa foto è il contatto che mai avverrà, il contatto di due numeri primi, quelli speciali, i primi gemelli, che hanno capito come fregare quello stupido e arrogante numero pari che sta in mezzo.
Perché è così facile. Basta poco: giusto un niente.













Io avevo interpretato l’immagine della copertina come la Figura di Alice. Per una volta Mattia ha preso la macchina fotografica e ha fatto lui quella foto al suo numero primo gemello.
Forse è questo il contatto che possono avere, loro che sono destinati alal solitudine, ma che si ritrovano in questo modo.
Bella recensione comunque, uno dei libri migliori che abbia mai letto.
Anche io ho avuto un senso di amarezza alla fine, però è giusto così, non oserei immaginare un finale diverso
http://migalhasliterarias.blogspot.com/ un’altra opinione sul libro…
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