
Le caverne, si sa, sono più o meno tutte uguali, e quindi anche quelle dove vengono ritrovati reperti archeologici di migliaia e migliaia di anni fa. Decine di migliaia di anni fa. Eppure, ogni tanto, accanto a una pietra, appena sotto alla dura e povera terra, in qualche buco delle pareti, dipinte o soltanto buie che siano, salta fuori qualcosa che ti paralizza dallo stupore: non ossa, non frammentari di ornamenti, non miseri resti di una qualche cena, non statuette votive. Niente di tutte questo. Quello che ti lascia a bocca aperta è trovare una cosa semplice, oggi normalissima, come uno strumento musicale. E invece anche decine di migliaia di anni fa esisteva. Cosa? Il flauto.
Nella Germania del sud, nella grotta di Hohle Fels, una squadra di archeologi dell’università di Tubinga, guidata dal professor Conrad, ha rinvenuto quattro flauti, una statuetta di donna con le sue classiche forme generose, i resti di una cena a base di carne. Tutti reperti databili tra i trentacinque e i quarantamila anni fa. Preistoria. Paleolitico superiore, per l’esattezza. Tutto farebbe pensare a un rituale legato alla fecondità, almeno così ipotizzano gli archeologi. L’estate scorsa, durante la stagione di scavo della squadra del professor Conrad, tra i tanti reperti fu portata alla luce la statuetta di donna. Sempre nella stessa grotta. Hohle Fels. E questa statuetta è la più antica rappresentazione umana conosciuta, più antica anche della Venere di Willendorf che dopo la datazione al radiocarbonio è stato appurato appartenere a un periodo storico tra i ventiduemila e i venticinquemila anni fa. Invece la Venere di Hohle Fels è di almeno diecimila anni più antica, tra i trentamila e i quarantamila anni fa. La Venere di Willendorf, alta undici centimetri, è scolpita in pietra calcarea e dipinta di ocra rossa. La Venere di Hohle è intagliata nell’avorio di zanne di mammuth e di poco più piccola. Secondo il professor Conrad, che ha pubblicato la scoperta su Nature, il ritrovamento getta nuova luce sull’arte dell’età paleolitica superiore. Il manufatto quando è venuto alla luce era diviso in sei parti e raffigura una donna dotata di attributi sessuali dalle forme esagerate: seni enormi e prominenti, così come il ventre, mentre le gambe e le braccia sono più piccole. La testa, invece, si presenta come un piccolo anello nel quale forse veniva introdotta una cinghia per appendere la statua.
Eppure, nonostante l’importanza della scoperta della più antica delle veneri paleolitiche, quello che lascia sorpresi gli archeologi sono i flauti. Uno dei quattro flauti, ricavato dall’osso di un’ala di grifone, ha un diametro di 8 millimetri e una lunghezza di 22 centimetri, ma prima di spezzarsi arrivava a 34 centimetri. Con i suoi cinque fori e la imboccatura a V, questo flauto è lo strumento musicale più antico mai trovato fino a oggi. In realtà un oggetto simile, scoperto nel 1995, sempre in Germania, è stato declassato a semplice osso intaccato dai denti di un animale selvatico. Stavolta non ci sono dubbi. Il flauto di Hohle Fels è inconfondibile. È proprio un flauto.
Se qualcuno avesse ancora dei dubbi, nella grotta sono stati trovati altri tre esemplari simili, anche se ridotti in frammenti più piccoli, scavati anch’essi nell’avorio delle zanne di mammuth con una procedura che richiede una grande abilità manuale. Tutto ciò fa presupporre l’esistenza di strumenti musicali ancora più antichi. Infatti molti altri resti di flauto, ricavati dalle ossa di ali di volatili, furono ritrovati in passato in Francia e Austria.
La musica nel paleolitico doveva essere una realtà, così come le pitture sulle pareti delle grotte e le statuette. Ma quali fossero i ritmi e le melodie dei primi uomini rimane un grande mistero. Almeno per il momento. Quello che è certo è che decine di migliaia di anni fa l’uomo preistorico non si accontentava solo di mangiare e dormire e riprodursi. Suonava.
Chissà com’era, la musica, trentamila anni fa.










Perfect!