
«La storia degli uomini è la storia
dei loro fraintendimenti con dio,
né lui capisce noi, né noi capiamo lui.»
a Grace, buon compleanno
Quando caino si mise in viaggio aveva in testa l’idea di allontanarsi, di andare il più lontano possibile dalla sua casa, dalla sua terra, da tutto ciò che era stato fino a quel giorno. Un giorno che era finito troppo presto, e con esso tutta la sua vita, quando aveva alzato la mano e poi l’aveva abbassata, più leggera e più pesante di prima. Quel momento era la fine e l’inizio della vita di caino. Un momento maledetto, un momento che mai avrebbe immaginato, desiderato, voluto. Era stato costretto a comportarsi così, la sua era stata solo la conseguenza della volontà di qualcuno, di qualcuno che non apparteneva al mondo degli uomini. Dio. Aveva rifiutato la sua offerta, il signore, l’aveva rifiutata senza una ragione precisa, per capriccio, per indifferenza, quasi fosse una punizione per qualcosa che caino aveva commesso. Ma era un bravo agricoltore, caino, non aveva colpe, amava la terra che generava grazie alla sua pazienza, alla sua generosità. Passava interi giorni seduto a fissare le piante e gli alberi che pian piano crescevano, salivano dalla terra, tenaci, in alto, verso il cielo: un cielo che non appartiene agli uomini, ma a dio, quel dio crudele che aveva rifiutato e sdegnato la sua offerta.
Caino decide di uccidere abele, suo fratello: è l’unico modo, quello, per arrecare offesa a dio: uccidere abele per l’impossibilità di uccidere dio stesso. Il signore allora si manifesta, in tutta la sua grandezza, corrusco di gloria divina, e sfoga la sua rabbia: sacrilegio, perché hai ucciso abele, tuo fratello, scellerato, sei un pazzo caino, un folle; perché non mi hai fermato, perché non lo hai fatto, perché hai lasciato che lo uccidessi, sei rimasto a guardare mentre tuo figlio cadeva sotto la mia mano, sei colpevole quanto me, potevi impedire tutto questo, dovevi, e non lo hai fatto, bastava che tu accettassi la mia offerta, solo questo: che tu accettassi la mia offerta.
Dio non poteva accettare l’offerta, no, perché non era un dio magnanimo, misericordioso, generoso. Dio era malvagio, ingiusto, invidioso, confuso nelle sue idee e sempre pronto a ritrattare per il proprio conto. Un dio ambiguo, che non sa veramente quello che vuole, che non si fida di coloro che credono in lui. Un dio che non ama gli uomini.
Caino lo odia, lo odia con tutto se stesso, ma scende a patti con lui. Nessuno lo punirà per il suo crimine, come nessuno punirà il signore per non averlo impedito. E caino viaggerà, errabondo, per il resto della sua vita e non avrà più una terra alla quale tornare. E avrà un marchio sulla fronte, un marchio che lo renderà riconoscibile agli occhi di dio, che lo sorveglierà dovunque lo conduca il suo errare. Un marchio che lo renderà unico tra gli uomini, e solo.
Caino si mette in cammino e viaggia nelle terre desolate e deserte di un mondo agli albori dell’umanità fatto solo di terreno secco, cardi spinosi, arbusti bruciati. Un mondo violento, senza scrupoli, dove gli uomini agiscono per i propri interessi, per la propria fame: di denaro, di potere, di amore.
È così che giunge nelle terre di nod dove regna lilith, regina lussuriosa, divoratrice di uomini. Lì caino viene assunto come pigiatore di argilla. Quel lavoro dura poco, lilith lo nota, lo vuole per sé: caino resterà intrappolato nella passione di lei, ma senza venirne annientato. E le darà un figlio, un figlio che suo marito, noah, non era riuscito a darle. Poi un giorno caino se ne va, si allontana sul suo giumento, verso altre terre. Un viaggio strano, un viaggio attraverso una terra che si chiama tempo, un tempo che muta continuamente perdendo la propria identità, un tempo immobile, fatto di continui presenti che si succedono uno dietro l’altro, il domani che diventa oggi, un oggi che è possibile vivere. Un tempo dove si può camminare, e perdersi.
Per dieci anni caino viaggia attraverso i presenti. E così vede abramo che sacrifica il figlio isacco; vede la costruzione di una torre altissima e piena di uomini che non si capiscono; vede la distruzione di sodoma e di madian e di gerico: vede la strage di bambini innocenti e di interi popoli; vede la sciagura di uomini che avevano adorato un vitello d’oro; vede la pena e le sofferenze di giobbe. Vede tutto questo, partecipando o solo assistendo alle conseguenze della follia di un dio che disprezza i suoi figli e si gloria delle proprie azioni.
Poi, nell’ultimo presente, si ritrova sull’arca. Quando tutto è finito, quando è il momento di scendere, caino potrà finalmente confrontarsi con dio. Non si parlano dalla morte di abele.
Caino scende e dio gli va incontro. Sono soli. Cominciano a discutere, a gridare, a darsi la colpa l’un l’altro, senza venire a capo di niente. Litigano per un tempo infinito, in mezzo a quella valle ormai vuota. Solo loro due, caino e dio, e l’arca, muta, ad ascoltare le loro ragioni. Quando si saranno stancati, ognuno andrà per la propria strada, verso nuovi presenti, cercando di vivere la propria vita nell’unico modo che conoscono meglio, l’unico: e anche quello più vero.
Errare.












