
«Sotto il mandorlo della tua donna,
quando la prima luna d’agosto sorge
dietro la casa, potrai sognare, se gli
dei sorridono, i sogni di un altro.»
a Bianca, appena nata
Una notte di migliaia di anni fa, Dedalo, architetto e aviatore, fece un sogno. Sognò che si trovava dentro un palazzo immenso e che percorreva corridoi che si susseguivano senza fine, uno dentro all’altro. Dedalo li percorreva determinato. Solo io posso sapere come uscire di qui e non lo ricordo, si diceva. Poi un corridoio finì e si trovò in una grande sala: nel mezzo c’era un uomo con la testa di toro che piangeva. Perché piangi? Piango perché sono innamorato della luna, l’ho vista una volta sola, quando ero bambino. Vieni con me, disse Dedalo. E si avviarono per i corridoi e salirono una salita e si ritrovarono in un giardino. Dedalo si ricordò di avere nascosto lì penne e cera, per fuggire da quel palazzo. Costruì un paio di ali e le donò all’uomo con la testa di toro. La luna ti aspetta: vola fino a lei. Grazie, disse la bestia, e prese il volo.
E quell’animale in volo era una farfalla. E quella farfalla era Ovidio, poeta e cortigiano, che era in viaggio per Roma dove lo attendeva Cesare in persona. Il poeta era felice mentre attraversava la città e la folla impazzita di gioia per la sua venuta.
E in mezzo a quella folla c’era Apuleio, scrittore e mago, e insieme a lui il suo amico Lucio. Passeggiavano guardandosi intorno, e chiacchierando. A un tratto, Apuleio lo prese per una spalla e gli disse: stanotte ho fatto un sogno.
Era estate e per il caldo si era rifugiato dentro un duomo, per attenuare la calura. Dentro c’era un pittore che dipingeva. Il pittore lo vide e lo salutò, ma lui rispose con una risata. Poi guardò il quadro e provò malessere: l’espressione della donna lo infastidiva. E allora gli fece un gestaccio e lei lo fulminò con gli occhi e lo trasformò in un gatto. E il gatto fuggì, correndo per le strade, terrorizzato e affamato. Vide una locanda, la raggiunse sperando di trovare del cibo. Ma degli uomini sulla porta lo presero, lui tentò di divincolarsi ma ci riuscì solo dopo che gli dettero fuoco. E col corpo in fiamme, Cecco Angiolieri, poeta e bestemmiatore, fuggì per la città verso la casa di suo padre correndo tra i vicoli.
E in uno di essi c’era Caravaggio, pittore e uomo iracondo, e insieme a lui un uomo che lo puntava con un dito accusatore: pareva avessero molte cose da dirsi. Erano usciti dalla locanda poco prima, e subito dopo di loro era arrivato un nuovo avventore.
Cosa cerchi, viandante? Cerco mio fratello, rispose Villon, poeta e malfattore. Entrò e si mise seduto, gli portarono da bere e da mangiare. Vicino a lui, un vecchio vestito di stracci gli disse: mi hanno detto che cerchi tuo fratello, io so dove puoi trovarlo, seguimi. E il viandante lo seguì, nella fredda notte invernale. Camminarono a lungo e raggiunsero un bosco. Al primo albero era appeso un uomo, impiccato, morto. E anche all’albero vicino, e a quello seguente. A tutti gli alberi pendevano cadaveri. Il viandante trovò suo fratello e lo adagiò sul terreno. Il vecchio coperto di stracci era sparito, il viandante era solo. Smarrito, si guardò intorno, rabbrividendo dentro a quel terribile bosco.
E in mezzo a quel bosco c’era una montagna, una montagna altissima. Poco prima della cima c’era una grotta. Robert Louis Stevenson, scrittore e viaggiatore, vi era entrato e aveva trovato un baule e lo aveva aperto: dentro c’era un libro, e sul libro c’era scritto il suo nome. Poi era salito sulla vetta: lì l’aria era pulita e lui aveva bisogno di aria per i suoi polmoni stanchi. Si sdraiò sull’erba e si mise a leggere, aspettando la fine, lassù, in cima al mondo, circondato dal cielo e dalla natura e dal mare.
E in mezzo al mare, che quel giorno era in tempesta, c’era un uomo che viaggiava su una barca fatta di carta. A un tratto vide un mostro, tentò di scappare, ma fu inghiottito. Dentro all’orribile mostro, Carlo Collodi, scrittore e censore teatrale, camminò a lungo. Era tutto buio, ma trovò delle candele e arrivò infine su una grande nave che era stata inghiottita dal pescecane proprio come lui.
E quella barca era appartenuta a un capitano che l’aveva spinta tra i ghiacci estremi. Ma quel capitano, Samuel Taylor Coleridge, poeta e oppiomane, l’aveva perduta a dadi contro una vecchia dal volto pallido e gli occhi spiritati. E aveva perduto anche il suo equipaggio e se stesso, in mezzo ai ghiacci e al vento e alla nebbia che avvolgeva ogni cosa, anche la luna.
E sulla luna viaggiava Leopardi, poeta e lunatico, insieme alle sue quattro pecore. Viaggiò a lungo in mezzo al deserto argentato. Poi vide una casetta. Entrò. Dentro, una ragazza ricamava seduta su una sedia. Silvia, cara Silvia, la chiamò Leopardi, che l’aveva riconosciuta. Parlarono un poco, e lui seppe di essere sulla luna: ma la luna è la terra dei morti. Sono morto?, chiese. No, rispose Silvia, stai solo dormendo e sogni la luna.
E anche Sigmund Freud, interprete dei sogni altrui, dormiva e sognava. E il sogno lo turbava così tanto che si svegliò, di colpo, nel cuore della notte. E una notte di settembre: era la sua ultima notte, ma il dottor Freud non lo sapeva.













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