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Posts Tagged ‘Einaudi’

«La storia degli uomini è la storia
dei loro fraintendimenti con dio,
né lui capisce noi, né noi capiamo lui

a Grace, buon compleanno

Quando caino si mise in viaggio aveva in testa l’idea di allontanarsi, di andare il più lontano possibile dalla sua casa, dalla sua terra, da tutto ciò che era stato fino a quel giorno. Un giorno che era finito troppo presto, e con esso tutta la sua vita, quando aveva alzato la mano e poi l’aveva abbassata, più leggera e più pesante di prima. Quel momento era la fine e l’inizio della vita di caino. (altro…)

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«La bottiglia del gin e quella dell’acqua tonica facevano continuamente il giro e, non so come, c’eravamo messi a parlare d’amore

Erano in quattro: Herb, Terri, Laura, Nick. Era sabato pomeriggio e se ne stavano seduti attorno al tavolo della cucina a sorseggiare gin e a parlare. La luce del sole filtrava dalla finestra e illuminava tutta la cucina.
Erano lì da un po’ di tempo e, senza rendersene conto, si erano messi a parlare d’amore.
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a Giulia, buon compleanno

La musica riempie la stanza, vola nell’aria salendo in alto, verso il soffitto, verso il cielo che non si può vedere, ma che c’è, sopra le teste degli uomini. La musica scende giù, veloce, quasi voglia cadere come se non ci fosse nulla sotto di sé, solo il vuoto e non la terra, poi un attimo prima di ammazzarsi sul pavimento si ferma, e fugge di lato, in un corridoio, e lo percorre tutto, poi ne imbocca un altro, e un altro, e un altro ancora, e arriva in un’altra stanza e la riempie, fino al cielo, strisciando sulle pareti, grattandole, sfigurandole con la sua rabbia, col suo dolore. E poi si lascia di nuovo cadere, sfinita, torna indietro, percorre altri corridoi, altre stanze, passando attraverso muri e finestre e porte. E persone. Le attraversa come se non ci fossero, e le persone si mettono a piangere, provano dolore, e si chiedono chi mai sia morto e chi lo piange con tanta sofferenza, con tanta rabbia. Ma la musica non si cura di loro, la musica suona e basta, indifferente agli uomini e alle donne, ai vivi e ai morti, a chi può udirla e a chi non può. La musica suona. E basta. E vive libera, una volta uscita dal suo involucro, dalla scatola che la teneva prigioniera, relegata in cattività nel fondo nero di un abisso che una volta raggiunto non ti lascia andare più via, sei suo ospite, suo prigioniero. La musica vola, libera, e decide di andare dove vuole lei, va e viene, dal cielo all’abisso, dall’abisso al cielo.
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a Fabio, buon compleanno

Voglio parlare con il re, disse l’uomo.
Aveva atteso per tre giorni che il re si presentasse alla porta delle petizioni per rivolgergli una domanda: datemi una barca. Tre giorni, con calma e in silenzio, ben sapendo che il re non avrebbe potuto resistere alla tentazione di sapere che cosa mai quell’uomo alla porta delle petizioni volesse. Tutti chiedevano qualcosa, come un titolo o del denaro, mentre l’uomo chiedeva semplicemente di parlare con lui. E il re non era certo tipo da perdere tempo con la porta delle petizioni: lui stava sempre a quella degli ossequi, da quando aveva la corona sulla testa era quello il suo posto; però, se quell’uomo che vuole parlare con me non la smette di aspettare e non vuole andarsene, il popolo si accalca alla porta delle petizioni, perché si possono fare richieste soltanto uno per volta. E se tutti si ammassassero lì nessuno più verrebbe alla porta degli ossequi, dove è giusto che il mio popolo stia: devo parlare con quell’uomo, devo sapere che cosa vuole, si disse il re.
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A quasi venti anni dall’uscita de Il vangelo secondo Gesù Cristo, José Saramago torna a parlare di testi sacri e di religione. Della Bibbia, per la precisione. E lo fa trattando dell’altra metà del testo biblico: l’Antico Testamento. «Mi risulta difficile comprendere come il popolo ebraico abbia scelto per testo sacro l’Antico Testamento. È un tale miscuglio di assurdità che non può essere stato inventato da un uomo solo. Ci vollero generazioni e generazioni per produrre questa mostruosità.»
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La casa editrice Einaudi ha deciso di non pubblicare il nuovo libro di José Saramago, Il quaderno, uscito a fine aprile in Portogallo e Spagna. Saramago, dopo l’uscita del suo ultimo romanzo, Il viaggio dell’elefante, aveva dichiarato che quello era l’ultimo, proprio l’ultimo, non ne avrebbe scritti altri. E invece ha continuato a scrivere, il premio nobel per la letteratura, e lo fa ancora oggi per la gioia di tutti i suoi lettori. Non romanzi, ma sul suo blog, O caderno, che tiene all’autunno scorso; per la cronaca, il blog è continuamente tradotto e aggiornato, in italiano, grazie a Massimo Lafronza.
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Svegliarsi la mattina e non avere più parole per dire “mattina”; aggirarsi per la casa e non avere più parole per dire “casa”; scendere per strada e non avere più parole per dire “strada”; incontrare amici e conoscenti e non avere più parole per dire i loro nomi. E la città? Neppure quella ha più un nome. Possibile? Sì, se quella città un tempo si chiamava Selinunte e la storia che si sta ascoltando la dice Nicolino. Questa storia è vera e l’unico che può raccontarla è proprio Nicolino: solo lui ricorda le parole e i nomi della gente e delle cose. Solo Nicolino. Perché? Perché ha incontrato il libraio e ha ascoltato la sua voce dire parole e raccontare storie.
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