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Posts Tagged ‘Letteratura italiana’

«Sotto il mandorlo della tua donna,
quando la prima luna d’agosto sorge
dietro la casa, potrai sognare, se gli
dei sorridono, i sogni di un altro.»

a Bianca, appena nata

Una notte di migliaia di anni fa, Dedalo, architetto e aviatore, fece un sogno. Sognò che si trovava dentro un palazzo immenso e che percorreva corridoi che si susseguivano senza fine, uno dentro all’altro. Dedalo li percorreva determinato. Solo io posso sapere come uscire di qui e non lo ricordo, si diceva. Poi un corridoio finì e si trovò in una grande sala: nel mezzo c’era un uomo con la testa di toro che piangeva. (altro…)

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«Gli uccelli volano senza motore, guardali. Bisogna solo trovare il sistema giusto. Poi bisogna anche crederci, credere di poter volare. Nessuno è mai riuscito perché nessuno è mai stato veramente convinto di riuscire.»

Il bambino frugava in quegli immensi mucchi di tesori accumulati. Ogni giorno correndo da casa e percorrendo il greto del fiume arrivava lì, l’unico luogo al mondo dove ogni giorno arrivava qualcosa di nuovo: per il bambino quello era il posto più bello del mondo, e il suo regno. Gli autocarri, lasciata la statale e scesa la strada sterrata, vicino al fiume scaricavano dagli enormi cassoni i rifiuti della città in giganteschi mucchi simili a piramidi. E il bambino ogni giorno se ne stava lì, a rovistare con la sua bacchetta di vincastro dentro a quei monumenti.
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«Inseguendo l’ombra, il tempo invecchia in fretta»

Se ne stava lì, con la moneta in mano, guardando la cabina telefonica. Indeciso, fra il dire e il fare. Chiamare qualcuno dopo tre anni che non lo senti, e di mattina presto, poi, mica è cosa facile: bisogna avere bene in mente quello che si deve dire, bisogna impostare bene il discorso, la professoressa in classe lo diceva sempre: se uno imposta bene il discorso è salvo, anche se si esprime male. Sicuro.
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a Giulia, buon compleanno

La musica riempie la stanza, vola nell’aria salendo in alto, verso il soffitto, verso il cielo che non si può vedere, ma che c’è, sopra le teste degli uomini. La musica scende giù, veloce, quasi voglia cadere come se non ci fosse nulla sotto di sé, solo il vuoto e non la terra, poi un attimo prima di ammazzarsi sul pavimento si ferma, e fugge di lato, in un corridoio, e lo percorre tutto, poi ne imbocca un altro, e un altro, e un altro ancora, e arriva in un’altra stanza e la riempie, fino al cielo, strisciando sulle pareti, grattandole, sfigurandole con la sua rabbia, col suo dolore. E poi si lascia di nuovo cadere, sfinita, torna indietro, percorre altri corridoi, altre stanze, passando attraverso muri e finestre e porte. E persone. Le attraversa come se non ci fossero, e le persone si mettono a piangere, provano dolore, e si chiedono chi mai sia morto e chi lo piange con tanta sofferenza, con tanta rabbia. Ma la musica non si cura di loro, la musica suona e basta, indifferente agli uomini e alle donne, ai vivi e ai morti, a chi può udirla e a chi non può. La musica suona. E basta. E vive libera, una volta uscita dal suo involucro, dalla scatola che la teneva prigioniera, relegata in cattività nel fondo nero di un abisso che una volta raggiunto non ti lascia andare più via, sei suo ospite, suo prigioniero. La musica vola, libera, e decide di andare dove vuole lei, va e viene, dal cielo all’abisso, dall’abisso al cielo.
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Sua madre era stata abbattuta dal cacciatore. Nelle sue narici di cucciolo si conficcò l’odore dell’uomo e della polvere da sparo. Orfano insieme alla sorella, senza un branco vicino, imparò da solo. Sua sorella fu presa dall’aquila un giorno d’inverno e di nuvole. Rimasto solo, crebbe senza freno e senza compagnia. Quando fu pronto andò all’incontro con il primo branco e sfidò il maschio dominante. Vinse. Divenne re in un giorno e in duello. Era novembre. (altro…)

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a questo giorno di memoria

Una macchia arancione il dorso, e bianco di neve intorno; in un fitto di abeti, sulla sinistra, il verde dei rami; sulla destra, oltre la curva del colle, il tetto rosso di una casa. Il vecchio è curvo, piegato in due, il profilo scavato quasi tocca i ginocchi. Su una cresta di montagna, in salita. Dietro, una mucca restia, spigolosa e magra. Vorrebbe spingerla sul pendio, trascinarla per le corna. Il vecchio affonda sempre più nella neve, ma punta ostinato i piedi.
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a Melania

Era il 1861. Flaubert stava scrivendo Salammbô, l’illuminazione elettrica era ancora un’ipotesi e Abramo Lincoln, dall’altra parte dell’Oceano, stava combattendo una guerra di cui non avrebbe mai visto la fine.
Hervé Joncour aveva trentadue anni. Comprava e vendeva. Bachi da seta.
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