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Posts Tagged ‘Musica’

«Gli uccelli volano senza motore, guardali. Bisogna solo trovare il sistema giusto. Poi bisogna anche crederci, credere di poter volare. Nessuno è mai riuscito perché nessuno è mai stato veramente convinto di riuscire.»

Il bambino frugava in quegli immensi mucchi di tesori accumulati. Ogni giorno correndo da casa e percorrendo il greto del fiume arrivava lì, l’unico luogo al mondo dove ogni giorno arrivava qualcosa di nuovo: per il bambino quello era il posto più bello del mondo, e il suo regno. Gli autocarri, lasciata la statale e scesa la strada sterrata, vicino al fiume scaricavano dagli enormi cassoni i rifiuti della città in giganteschi mucchi simili a piramidi. E il bambino ogni giorno se ne stava lì, a rovistare con la sua bacchetta di vincastro dentro a quei monumenti.
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a Giulia, buon compleanno

La musica riempie la stanza, vola nell’aria salendo in alto, verso il soffitto, verso il cielo che non si può vedere, ma che c’è, sopra le teste degli uomini. La musica scende giù, veloce, quasi voglia cadere come se non ci fosse nulla sotto di sé, solo il vuoto e non la terra, poi un attimo prima di ammazzarsi sul pavimento si ferma, e fugge di lato, in un corridoio, e lo percorre tutto, poi ne imbocca un altro, e un altro, e un altro ancora, e arriva in un’altra stanza e la riempie, fino al cielo, strisciando sulle pareti, grattandole, sfigurandole con la sua rabbia, col suo dolore. E poi si lascia di nuovo cadere, sfinita, torna indietro, percorre altri corridoi, altre stanze, passando attraverso muri e finestre e porte. E persone. Le attraversa come se non ci fossero, e le persone si mettono a piangere, provano dolore, e si chiedono chi mai sia morto e chi lo piange con tanta sofferenza, con tanta rabbia. Ma la musica non si cura di loro, la musica suona e basta, indifferente agli uomini e alle donne, ai vivi e ai morti, a chi può udirla e a chi non può. La musica suona. E basta. E vive libera, una volta uscita dal suo involucro, dalla scatola che la teneva prigioniera, relegata in cattività nel fondo nero di un abisso che una volta raggiunto non ti lascia andare più via, sei suo ospite, suo prigioniero. La musica vola, libera, e decide di andare dove vuole lei, va e viene, dal cielo all’abisso, dall’abisso al cielo.
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Morgan afferma di non essere deluso. “Mi rifarò”

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Jovanotti e la sua band hanno avuto un ingaggio, questa estate, in un locale di New York. Ingresso libero. Nat Geo Music gli ha pure dedicato una puntata, un paio di settimane fa o giù di lì, se non ricordo male. Hanno preso casa a Chinatown, Jovanotti & C. E grazie alla disponibilità dell’Unità, Lorenzo Cherubini ha accettato di scrivere un diario di questa esperienza: uno spaccato del nostro cantante nella Grande Mela. La rubrichetta si chiama “Pescirossi a niuiorc”, e questo nome è stato scelto perché «i pesci rossi si dice che abbiano 3 secondi di memoria: pare che sia questo il motivo per cui resistono, non si annoiano nemmeno in una bolla di vetro, pare». È più di un mese che le sue brevi cronache giungono da Oltreoceano. E quella che segue è del 12 luglio scorso e si intitola L’Unità nascosta.
Buona lettura.

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davide

“Abbiamo dato vita a un nuovo gruppo: Suoniamo e cantiamo in dialetto storie di paese, di disperati e di contrabbando”

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Africa. Il continente nero. Così è chiamato, quell’immenso pezzo di terra al centro del pianeta che se lo guardi bene, e non ti lasci distrarre dalle sue dita protese e bagnate da tre mari, capisci bene che è un’isola. La più grande. Quando dici Africa dici Egitto, faraoni, piramidi; dici deserto del Sahara, Kilimangiaro, equatore; dici elefanti e leoni e gazzelle. Quando dici Africa dici schiavi, negro, razzismo. Quando dici Africa dici musica; dici Miriam Makeba, Nelson Mandela, Barak Obama. Quando dici Africa dici colonialismo, guerra, soppressione e diamanti, oro, avorio. Quando dici Africa dici miseria, malattia, morte. E rabbia e sangue, tanto sangue che ha impregnato quella terra. Ma l’Africa non è più tutto questo, e non è neppure più nera. Oggi l’Africa è bianca. Come la cocaina.
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michael_jackson

Quando penso ai miti, mi viene sempre in mente una bancarella del mercatino. In ogni mercatino c’è solitamente uno stand che vende magliette con stampe. I miti per me sono quei volti che vengono stampati sulle magliette fruit. Sì lo so è riduttivo, ma credo sia calzante per farvi capire cosa intendo.

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