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Posts Tagged ‘Romanzo’

a Giulia, buon compleanno

La musica riempie la stanza, vola nell’aria salendo in alto, verso il soffitto, verso il cielo che non si può vedere, ma che c’è, sopra le teste degli uomini. La musica scende giù, veloce, quasi voglia cadere come se non ci fosse nulla sotto di sé, solo il vuoto e non la terra, poi un attimo prima di ammazzarsi sul pavimento si ferma, e fugge di lato, in un corridoio, e lo percorre tutto, poi ne imbocca un altro, e un altro, e un altro ancora, e arriva in un’altra stanza e la riempie, fino al cielo, strisciando sulle pareti, grattandole, sfigurandole con la sua rabbia, col suo dolore. E poi si lascia di nuovo cadere, sfinita, torna indietro, percorre altri corridoi, altre stanze, passando attraverso muri e finestre e porte. E persone. Le attraversa come se non ci fossero, e le persone si mettono a piangere, provano dolore, e si chiedono chi mai sia morto e chi lo piange con tanta sofferenza, con tanta rabbia. Ma la musica non si cura di loro, la musica suona e basta, indifferente agli uomini e alle donne, ai vivi e ai morti, a chi può udirla e a chi non può. La musica suona. E basta. E vive libera, una volta uscita dal suo involucro, dalla scatola che la teneva prigioniera, relegata in cattività nel fondo nero di un abisso che una volta raggiunto non ti lascia andare più via, sei suo ospite, suo prigioniero. La musica vola, libera, e decide di andare dove vuole lei, va e viene, dal cielo all’abisso, dall’abisso al cielo.
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Sua madre era stata abbattuta dal cacciatore. Nelle sue narici di cucciolo si conficcò l’odore dell’uomo e della polvere da sparo. Orfano insieme alla sorella, senza un branco vicino, imparò da solo. Sua sorella fu presa dall’aquila un giorno d’inverno e di nuvole. Rimasto solo, crebbe senza freno e senza compagnia. Quando fu pronto andò all’incontro con il primo branco e sfidò il maschio dominante. Vinse. Divenne re in un giorno e in duello. Era novembre. (altro…)

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Entrò nella mia vita nel febbraio del 1932 per non uscirne più. Il mio amico. Da allora è passato molto tempo, giorni e anni, molti dei quali morti come le foglie secche su un albero inaridito. Ricordo il giorno e l’ora in cui il mio sguardo si posò per la prima volta sul ragazzo che doveva diventare la fonte della mia più grande felicità e della mia più totale disperazione. Fu poco dopo il mio compleanno, alle tre di uno di quei pomeriggi grigi e bui caratteristici dell’inverno tedesco. Al Karl Alexander Gymnasium di Stoccarda, il liceo più famoso del Württemberg, fondato nel 1521, l’anno in cui Lutero comparve davanti a Carlo V, imperatore del Sacro Romano Impero e re di Spagna.
Ricordo ogni particolare.
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A quasi venti anni dall’uscita de Il vangelo secondo Gesù Cristo, José Saramago torna a parlare di testi sacri e di religione. Della Bibbia, per la precisione. E lo fa trattando dell’altra metà del testo biblico: l’Antico Testamento. «Mi risulta difficile comprendere come il popolo ebraico abbia scelto per testo sacro l’Antico Testamento. È un tale miscuglio di assurdità che non può essere stato inventato da un uomo solo. Ci vollero generazioni e generazioni per produrre questa mostruosità.»
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a Laura

Tutto comincia per uno stupido tram. Non che i tram siano stupidi, sia chiaro, ma la semplicità di una cosa, di farla, spesso la esprimiamo così: è una cosa stupida, di tutti i giorni. Perché alle cose semplici, quelle normali di tutti i giorni, quasi sempre uguali, non si dà mai il peso che si meritano. Ecco perché la vita poi ti sorprende quando meno te lo aspetti: ma non è la vita, non è merito suo, la colpa è tua che perdi tempo in chissà quali pensieri e progetti e finisci per dimenticarti delle piccole cose, quelle che fai ogni giorno senza neanche pensarci, così, per inerzia, a memoria, senza vedere e senza sentire. Le piccole cose. Piccole, sì. Ma importanti.
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a Elena

La copertina proprio non riesci a non guardarla. Ti ipnotizza. È solo una faccia, pensi, eppure gli occhi rimangono inchiodati lì, prigionieri di quello sguardo serio e maledettamente triste: uno sguardo che è un mondo in cui non sei invitato. L’espressione di questo ragazzino proprio non la puoi fuggire. Chissà chi l’ha scattata, la foto. Dopo la faccia vedi il titolo. La solitudine dei numeri primi. Bellissimo, semplicemente bellissimo. Che un libro non lo si giudica dalla copertina è vero, ma è altrettanto vero che le copertine e i titoli attraggono. Ti cercano, ti trovano e ti attirano a sé, implacabili. E una volta precipitato nella ragnatela non puoi né muoverti né fuggire. Resta una sola cosa da fare. Leggere.
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